L’ultima notte di Ella – Racconto horror
luglio 8, 2009 at 6:19 pm Lascia un commento
Quella sera Ella, così si chiamava la ragazza, in un modo o nell’altro aveva trovato ciò che cercava. Era a letto, con un sorriso rilassato sulle labbra, dopo una bella notte trascorsa con un uomo più grande di lei. Lo aveva conosciuto all’Holiday, un discobar della sua città. Ella non aveva mai dato troppa confidenza agli uomini, specialmente in quel periodo. In città negli ultimi mesi i giornali parlavano di numerosi omicidi aventi per vittime persone tra i 20 e i 40 anni uccise probabilmente dalla stessa persona. Ella aveva un po’ paura di entrare nei locali e di dare confidenza alla gente. Era giovane, non aveva mai pensato alla morte. Voleva vivere. La morte era una cosa che potedva toccare solo agli altri, mai sarebbe accaduto qualcosa a lei; si sentiva quasi immortale, così come si sentono la maggior parte delle persone che non hanno vissuto ancora abbastanza per invecchiare.
Ma quell’uomo l’aveva convinta, era stato molto gentile con lei; non le avrebbe mai e poi mai fatto qualcosa di male! E di sicuronon poteva essere un maniaco. Erano andati in un motel poco lontano dall’Holiday, erano stati insieme e a lei era piaciuto. Non era stato solo sesso, credeva di aver sentito quella sensazione di complicità che non è facile ottenere con uno sconosciuto. Ella era stata coccolata da lui, accarezzata, baciata. Era davvero un uomo gentile. Si era infine addormentata tra le sue braccia, come un neonato cullato dalla propria madre. Si era svegliata di soprassalto, con quel sorriso che avrebbe voluto non perdere mai. Avrebbe voluto ricominciare la nottata tutta da capo, con quell’uomo che, dopotutto, non conosceva e di cui non ricordava nemmeno il nome. Si voltò verso la parte del letto in cui dormiva lui per baciarlo, per sentire il suo calore, ma al posto suo c’erano solo le lenzuola sfatte. La porta del bagno era socchiusa e la luce accesa rischiarava una parte della stanza da letto. Ella sentiva ancora il bisogno del suo corpo virile e maschio, voleva di nuovo sentire la sua pelle. Così si alzò e si incamminò verso il bagno, rischiando di inciampare sui propri vestiti che giacevano sparsi sul pavimento, quando poche ore prima l’impulso sessuale era irresistibilmente alto. Sporse soltanto la testa sulla porta del bagno, con quell’aria soddisfatta e sognante. Ma il suo volto si corrucciò in meno di un secondo in una maschera di orrore. Nel bagno c’erano schizzi rossi di sangue dappertutto. Colavano dalle pareti fino quasi a toccare il pavimento formando come delle lunghe e raccapriccianti stallattiti. Per terra, in una scura pozza di sangue, c’era il corpo nudo dell’uomo, con il cranio sfondato e lacerazioni da arma da taglio su tutto il corpo. In particolare sul petto c’era uno squarcio molto lungo e profondo. Non capì il perchè, ma ad Ella venne da paragonare il petto dell’uomo, il quale sembrava non distinguersi dal rosso profondo di cui era colorato il pavimento, con le divise mimetiche dei marines che si confondono nella selva. Cacciò via subito quell’inutile pensiero e si sforzò di controllarsi e non urlare. Se l’assassino fosse stato ancora nei pressi, sarebbe stato estremamente pericoloso farsi sentire. Per un’infinitesima frazione di secondo Ella si stupì di sè stessa per essere riuscita a ragionare senza entrare nel panico, dopo uno spettacolo così atroce. Ma il suo corpo non aveva reagito altrettanto bene. Era diventata bianca come un cadavere per la paura, nè di avere le lacrime agli occhi e nemmeno di essersi orinata addosso. Adesso aveva un solo pensiero: scapppare! Voleva essere lontana anni luce da quel posto, da quel sangue, ma soprattutto dall’assassino che poteva essere ancora lì vicino. Prese il suo soprabito e fece per uscire, così com’era, nuda, senza nemmeno pensare alla borsa, ai suoi documenti. Si infilò il soprabito e senza pensarci troppo mise una mano in tasca. Qualcosa in quella tasca le ferì il dito. Tolse quell’oggetto e lo mise davanti alla luce per osservarlo meglio. Era un grosso coltellaccio sporco di sangue, il sangue di quell’uomo, pensò. Si chiese cosa diavolo ci facesse nella sua tasca, perchè l’assassino l’avesse messo lì; forse per far cadere la colpa su di lei. Ma invece di sorvolare e scappare finalmente via di lì, si soffermò a guardarlo. Quel coltellaccio le ricordava qualcosa di familiare. Quel qualcosa la portò a pensare a suo padre. Nella mente di Ella si aprì per un lungo istante la porta dei ricordi. Pensò a papà, a quando era una piccola e dolce bambina e trascorreva i pomeriggi nel parco di casa sua con lui. Le piaceva stare con suo padre, le prestava sempre attenzione. Spesso lui giocava con lei. Era un uomo gentile, m<strong>olto gentile. Suo padre era il suo eroe, il suo uomo, mai lui avrebbe potuto farle del male. Ricordò le sue carezze, le sue intime carezze. Ella faceva tutto quello che papà le diceva di fare, lei voleva essere gentile con lui. Un giorno, però, Ella aveva provato dolore; il nuovo gioco di papà le faceva male, perchè suo padre era troppo grande per lei. Non voleva più giocare con papà, ma lui si arrabbiava se lei si rifiutava, specialmente se lei ne parlava con la mamma. Si arrabbiava molto. Per anni fu costretta a giocare a quei giochi che in fondo piacevano solo a papà e che a lei facevano solo male. Fino a quando un giorno fu attirata dallo scintillio di una lama. Era un grosso coltello, che le ricordava quelli dei marines. Anche suo papà era del corpo dei marines. Il pugnale era bello, era grande. Un giorno si mise in testa di giocare col padre e far capire a lui cosa provava lei quando qualcosa di grande la penetrava. Allora Ella fece conoscere il coltello dei marines al cuore di papà. Era stato un uomo gentile, troppo gentile, suo padre; e troppa gente in quella città aveva fatto lo stesso con lei.
In quel motel, quella sera, Ella ricordò ancora una volta. Ricordò il frantumarsi di quel bel vaso cinese, trovato nella stanza, sulla testa dell’uomo che giaceva nel bagno. L’istinto animale induce i predatori a portare le prede nella propria tana. Anche nell’uomo quest’istinto primordiale induce ad identificare il locale più intimo di un’abitazione con la propria tana. E come una mantide, che finito l’accoppiamento uccide il maschio, Ella si rivestì, si pettinò e tornò sulle strade di quella città.
By King Hansi
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